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Con l'adozione crescente dell'Intelligenza Artificiale Generativa (IAG) nelle organizzazioni, emerge una domanda sempre più strategica: quali competenze umane sono davvero indispensabili per utilizzarla bene? La risposta non riguarda solo la tecnologia: riguarda prima di tutto le persone.
Questo articolo identifica le competenze chiave che manager e collaboratori devono sviluppare per interagire con le IAG in modo critico, responsabile e ad alto valore aggiunto. Competenze che nessuna macchina può replicare pienamente: dal pensiero critico all'empatia, dall'intelligenza collettiva al growth mindset.
Secondo Fisher & Scriven (1997), il pensiero critico consiste nel concettualizzare, analizzare e valutare le informazioni per orientare le proprie azioni e convinzioni. Concretamente, questo si traduce in:
Per contrastare i bias e le allucinazioni generate dall'IAG, è indispensabile saper analizzare, filtrare le informazioni e rimettere in discussione le risposte e i dati forniti.
Il pensiero critico è quindi incontestabilmente una competenza analitica chiave nell'utilizzo delle IAG. Ora, come mostra la definizione di Fisher & Scriven, il processo del pensiero critico mobilita un gran numero di fattori, competenze e qualità:
"Il pensiero critico è il processo intellettuale consapevole che consiste, in modo attivo ed efficace, nel concettualizzare, applicare, analizzare, sintetizzare e/o valutare i dati raccolti o generati dall'osservazione, dall'esperienza, dalla riflessione, dal ragionamento o dalla comunicazione, al fine di guidare le proprie convinzioni e le proprie azioni."
Il pensiero critico risulta dall'interazione di numerosi fattori: standard intellettuali (chiarezza, logica, integrità…) applicati a elementi di ragionamento (scopi, punti di vista, concetti…), a loro volta mobilitati sviluppando numerose qualità proprie del funzionamento umano (umiltà intellettuale, autonomia intellettuale, fiducia nella ragione…).
È ormai assodato che per utilizzare bene l'IAG bisogna saper smascherare alcune sue trappole. Ma queste trappole non sono necessariamente legate alla tecnologia in sé. Sono anche strettamente legate ai nostri modi di funzionare come esseri umani, e tra questi, ai nostri stessi bias. I bias sono delle "scorciatoie di pensiero" che ci aiutano ad agire e a decidere più rapidamente.
Se vediamo chiaramente i vantaggi di questo processo di pensiero in un mondo dove tutto evolve sempre più velocemente, questo funzionamento automatico del cervello può anche alterare la nostra capacità di giudizio critico, quindi portarci in errore.
Due fattori attivano o rafforzano in modo particolare i nostri bias o "scorciatoie di pensiero":
Imparare a smascherare i propri bias è quindi fondamentale, tanto sul piano personale quanto su quello professionale. Questo si rivela altrettanto fondamentale per un utilizzo consapevole delle IAG.
Per poter esercitare il proprio pensiero critico, bisogna quindi saper mobilitare diversi tipi di competenze:
È l'associazione di questi due tipi di competenze, analitiche da un lato e socio-emotive dall'altro, che forma una potente "macro-competenza". Questa favorisce la presa di decisione in contesti sempre più complessi.
Questa capacità di esercitare il proprio spirito critico mobilitando le competenze analitiche e socio-emotive si applica quindi in particolare alle scelte e agli aggiustamenti da operare nell'utilizzo delle IAG.
Le competenze socio-emotive sono particolarmente utili per prendere decisioni responsabili, costruire relazioni stabili e durature, e risolvere conflitti. Hanno un impatto sulla nostra performance, ma anche sulla nostra salute fisica e mentale. In quanto tali, sono altrettante leve che ciascuno può dispiegare nella propria quotidianità per guadagnare in serenità e in complementarità con l'utilizzo dell'IAG.
Ecco, quindi, alcune delle competenze socio-emotive che è opportuno sviluppare, a titolo individuale come all'interno dei team, per approcciare e utilizzare le IAG capitalizzando sulle nostre capacità fondamentalmente umane:
Se l'IA comincia a decifrare le emozioni grazie all'analisi e all'archiviazione dei nostri comportamenti, delle nostre abitudini e delle nostre reazioni, le sue funzionalità restano limitate per dimostrare intelligenza emotiva. Questo concetto complesso copre infatti sia l'identificazione e la gestione delle proprie emozioni (fattori di intelligenza emotiva intrapersonali) sia la capacità di comprendere e utilizzare le emozioni degli altri (fattori di intelligenza emotiva interpersonali).
Le IAG possono comprendere i bisogni, mostrarsi compassionevoli, ma non tengono conto della soggettività che dà accesso all'intelligenza emotiva e a tutte le sue sfumature, nozione fondamentale all'interno di qualsiasi organizzazione.
L'empatia è una competenza fine e multidimensionale (empatia cognitiva, emotiva, compassionale). Questa competenza è oggi particolarmente ricercata all'interno delle organizzazioni per creare coesione sociale e una cultura aziendale positiva.
Questa attitudine a sentire, a mettersi nei panni dell'altro, resta una sfida importante per l'IA. L'imitazione di un comportamento empatico è possibile, ma accogliere e rispondere in modo perfettamente adeguato richiede complessità cognitiva ed empatia emotiva. L'essere umano crea risonanza emotiva nel momento in cui la qualità del legame con l'altro diventa fonte di performance.
L'intelligenza collettiva di un gruppo è determinata dalla diversità delle persone che lo compongono e moltiplica la creatività, le idee e le prospettive. Questa diversità è cruciale e dipende da molteplici fattori: la cultura, il genere, i modi di funzionamento del cervello (neurodiversità)…
Integrare profili diversi dal proprio è un'attitudine complessa che oggi non è padroneggiata dalle IA generative. Richiede di fare appello a quella che potremmo chiamare una finezza relazionale che si costruisce sulla base di esperienze del nostro percorso di vita nel corso del tempo. Poiché la diversità e l'intelligenza collettiva rappresentano leve di performance fondamentali per qualsiasi organizzazione, è particolarmente importante svilupparle.
Come mostra lo schema qui sotto, ispirato al quadro di riferimento del sociologo e filosofo Edgar Morin, l'individuo "verifica" il proprio quadro di riferimento e quello del proprio interlocutore per comunicare efficacemente con lui.

È questa consapevolezza di sé e dell'altro che permette una connessione efficace. Ora, cogliere il quadro di riferimento dell'altro (il suo passato, la sua esperienza, la sua educazione, i suoi vissuti…) resta ancora appannaggio dell'essere umano. La capacità di comunicare rimane quindi una competenza fondamentalmente umana che è opportuno continuare a sviluppare in modo generale, e in particolare nell'era delle IAG.
L'appropriazione efficace ed etica delle IAG richiede di sviluppare alcune competenze cognitive e interpersonali. In questo senso, l'emergere e il posto sempre più importante di queste tecnologie spingono a formarsi per adattarsi. Questa necessità produce un movimento positivo, impegnando ciascuno a diventare attore del proprio sviluppo, e quindi della propria occupabilità.
Per essere capaci di fare scelte per il proprio sviluppo e passare all'azione, l'individuo deve "imparare ad imparare". E per imparare ad imparare, deve sviluppare ciò che Carol Dweck, Professoressa di psicologia sociale all'Università di Stanford, chiama il growth mindset. Nella sua teoria, e come indica lo schema qui sotto, Carol Dweck contrappone il growth mindset (mentalità di crescita) al fixed mindset (mentalità fissa).

Lavorare sul proprio growth mindset permette di identificare il proprio valore personale e le proprie potenzialità di crescita, in una logica di apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Questa mentalità di crescita o di sviluppo favorisce anche la resilienza e l'adattabilità, qualità essenziali per evolvere in un ambiente sempre più segnato dalle trasformazioni tecnologiche e organizzative.
Abbiamo identificato 6 tappe chiave per sviluppare e ancorare questa mentalità.

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