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Un secolo di management

31/03/2016

Se pensiamo al percorso evolutivo del management per così dire “strutturato”, potremmo affermare che a partire dagli albori del ‘900 abbiamo assistito a diverse fasi, anche abbastanza bene identificabili con tutti gli autori ad esse associati, alcuni dei quali citiamo ancora oggi con gratitudine e, per i più “credenti”, con devozione.

Siamo passati dalla fase della produzione a quella dell’organizzazione, via via attraverso la partecipazione, la pianificazione, la qualità, l’eccellenza arrivando alla fase attuale del grande network. E qui è doveroso citare il nome di Peter Senge, già famoso per La quinta disciplina e autore di un altro interessante testo, La rivoluzione necessaria, che di fatto entra, sebbene lateralmente, nel mondo della numérique, come dicono i francesi, ovvero nell’universo tecnologico basato sulla circolazione vorticosa delle informazioni, sui dati, sui numeri nonché sugli strumenti informatici concepiti e prodotti a tale scopo. Senge parla di “fare rete senza ideologia, senza personalismi, per tirare fuori il meglio di noi”, parla di pensiero sistemico e di un sistema basato prima di tutto sulle interconnessioni, agganciandosi però anche ai temi della sostenibilità economica, sociale e perfino emozionale.

Il mondo aziendale, segnato da un secolo e più di trasformazioni, dopo aver conosciuto l’organizzazione scientifica del lavoro ha incluso il parametro della valenza psicologica e umana che sfocia nell'efficacia dei comportamenti e che è correlata con la spinta motivazionale e il consolidamento delle competenze. Ed ora sta transitando attraverso la costellazione del “digitale”, con implicazioni rilevanti nelle attività del manager già immerso in alcune dimensioni che rasentano il paradosso. Basti pensare alle classiche tensioni che egli deve conciliare tra azione e riflessione, e tra risultati e relazioni con gli altri per raggiungere gli obiettivi.

L’era digitale apre una nuova frontiera di azione che non influenza solo il mero utilizzo degli strumenti tecnologici, ma anche (e forse soprattutto) le impostazioni gestionali. Se l’e-business ha dei riflessi immediati sull’evoluzione delle figure IT (manager e professional, insieme) connessa alle aspettative dei clienti interni ed esterni, il conseguente mutamento del modello organizzativo provoca indiscutibili impatti sui comportamenti di tutti, per la dipendenza che tale modello tende ad avere rispetto al dato informativo a disposizione per la conduzione rapida delle situazioni.
Ma in cosa consistono questi impatti? Cerchiamo di individuarne i principali non solo nominalmente, ma anche facendo riferimento a comportamenti già vissuti o che stiamo vivendo pienamente tutti i giorni.

1. Gestione della conoscenza
La capacità di governare le informazioni attraverso l’ausilio del web semantico, da trasformare in saperi e da diffondere tramite gli approcci di knowledge management. E a proposito di tale aspetto: quando l’avete messo in atto? Forse pochi minuti prima di leggere queste parole…

2. Community Management
Fa leva sul complesso dei social media (dai social network alle piattaforme di blogging) con finalità di animazione delle web community nell’ambito di conversazioni sulle aziende, sul loro brand, sui loro prodotti e servizi. Come siete messi in questo ambito?

3. Collaborazione reale
Imperniata sull’era del “CO” (Co-creazione, Co-animazione, Co-condivisione, Co-responsabilizzazione, Co-management). Quali forme di “CO” avete sperimentato o state sperimentando?

4. Innovazione aperta
Combinazione di idee interne ed esterne all’azienda in modo da far avanzare con maggiore rapidità lo sviluppo di nuovi spunti e intuizioni per nuove tecnologie. Uno dei paladini di detto approccio è Henry Chesbrough, che tra l’altro ha proprio coniato l’espressione dell’Open Innovation.

5. Intelligenza collettiva
Nella sua dimensione operativa rappresenta la capacità di un’organizzazione, di un gruppo anche ampio a porsi le domande focali e a tentare di dare risposte coerenti. Essa è ovviamente correlata all’innovazione aperta e soprattutto apre la strada alla creazione dell’impresa intelligente i cui pilastri fondamentali sono: la stessa intelligenza collettiva, le tecnologie dell’informazione e il già citato knowledge management.

L’etologo Karl Von Frich affermava che “la formica è un animale intelligente collettivamente e stupido individualmente, l’uomo è l’inverso” e sembra essere un monito – aggiornato ai nostri giorni – per la costruzione di un “global brain”, mantenendo tuttavia l’intelligenza individuale. Se esiste un pericolo nella socialità 2.0, quando si riduce solo a sfamare le nostre giornate e a depauperare l’autenticità, nel quadro appena delineato la digitalizzazione si pone invece come un mezzo obbligato verso una completa business intelligence. E scagli il primo… whatsapp chi non è d’accordo!

Tiziano Botteri


Tiziano Botteri

Consultant

twitter@tiziano_botteri