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Un nuovo "De Rerum Natura"

05/10/2015

Anni fa nel dibattito economico si affermava che “piccolo èbello”. È una frase ancora attuale? Si trattava di un’espressione derivante dal titolo di un libro di E.F. Schumacher, intelligente pensatore del ‘900 il cui nome è accostato a Lorenz, Drucker, Galbraith. Domandiamoci anche però se le dimensioni organizzative tendano ad essere invece sempre più figlie di aspetti di funzionalità rispetto al trascolorare del contesto. E soprattutto quali sono questi colori che infiammano – nel bene e nel male – il terreno sempre più ampio e variegato nel quale persone, aziende, Paesi, mercati si intrecciano?

Il pensiero corre facilmente alle metafore degli oceani rossi e blu, allo spaziare delle coordinate dei nostri posizionamenti individuali ed organizzativi, alle correnti incontrollabili dei mutamenti di flussi finanziari, sociologici, demografi ci, alla ricerca dell’humus più adatto a far fiorire idee, a valorizzare le capacità, ma anche a produrre con minori costi e minori conflitti. Forse non è tanto importante il piccolo o il grande, il medio o il minuscolo, quanto ciò che garantisce la prosecuzione dell’agire (o a volte del sopravvivere) e ciò che porta a non essere troppo dipendenti da fattori caratterizzati da fenomeni di eccessiva volubilità o di pericoloso impedimento.

In questa ottica ho voluto “scomodare” allegoricamente, in modo un poco temerario, il titolo del poema di Lucrezio, il De Rerum Natura, per la modernità dell’autore e dell’opera in termini di fede nel progresso positivo e di anticipazione dell’esistenzialismo moderno. In Lucrezio si riscontra un’evidente contraddizione tra la razionalità e la fiducia nel riscatto dell’uomo con la fragilità intrinseca degli esseri viventi. Una contraddizione che si avvicina molto al paradosso (apparente) odierno tra il fenomeno dell’individualizzazione sociale e nel rapporto con il lavoro con la spinta alla partecipazione a network, più spesso virtuali. E parallelamente alla necessità, per il mondo delle imprese, di fare sistema, di sviluppare un’economia di filiera, di sostenere i distretti produttivi.

Ecco allora la comparsa del segno del consolidamento col quale si manifesta un processo di rafforzamento che porta con sé la valorizzazione del bisogno di autonomia (a livello personale), del bisogno di sviluppo (in campo aziendale), del bisogno di comprensione (in ambito culturale). In altre parole, è la tensione a creare una sorta di rete di sicurezza, che ci richiama alla memoria gli antichi spettacoli circensi, quando i trapezisti volavano da una parte all’altra del tendone.

Una delle espressioni più evidenti del consolidamento è la comparsa dell’impresa estesa (Extended Entreprise), modello organizzativo maturato per ripensare i confi ni aziendali che si apre a una serie di attività innovative come la comunicazione web 2.0 con i propri clienti, la condivisione della propria supply chain con i fornitori, l’implementazione degli shared servicescenters per fare leva su economie di scala tramite fabbriche esterne al fine di “componentizzare” la catena del valore. Un’impresa per così dire “distribuita” che si avvale quindi di competenze e talenti sempre più mobili e dislocati non solo in punti diversi dell’organizzazione stessa, ma anche oltre i propri medesimi confini. Pertanto esiste la concreta possibilità di creare un modello di intelligenza collettiva che metta insieme diverse conoscenze e esperienze.

Secondo il filosofo francese Pierre Lévy si tratta di “un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta a una mobilitazione effettiva delle competenze”, avvertendo che “il fondamento e il fi ne dell’intelligenza collettiva sono il riconoscimento reciproco delle persone e non il culto di comunità feticizzate o ipostatizzate”. È un passaggio dal cogito cartesiano al “cogitamus”. Ecco perché  l’intelligenza collettiva non è una fusione delle singole intelligenze individuali in una sorta di magma indistinto, bensì un processo di crescita, di differenziazione e di mutuo rilancio delle specificità.

Come suggerisce Lévy, è un ampliamento del “conosci te stesso” in direzione di un “impariamo a conoscerci per pensare insieme”. La conseguenza è l’accento che viene posto sul cooperative working come forma di risposta per affrontare – da parte delle aziende – nuove flessibilità, dinamicità accelerate, espansioni, fusioni, acquisizioni e dove il supporto tecnologico gioca un ruolo fondamentale. E questo accento si è pure trasformato, nella lingua italiana, in un neologismo che risponde al nome di collavorare, ossia il “lavorare all’interno di organizzazioni aziendali strutturate o di associazioni temporanee di competenze diverse, basandosi sul modello della partecipazione, della collaborazione e delle relazioni di rete, e non sulla gerarchia, sul controllo verticistico e sulla frammentazione dei processi ideativi, organizzativi e produttivi”. Il concetto è espresso nel testo di N. Palmarini Lavorareo collaborare, networking sociale e modelliorganizzativi del futuro (Egea, 2012).

Dunque collavorare come verbo che non esprime un dogma unilateralmente imposto o la rivelazione di un nuovo credo del business, ma una verità collettiva affiorante.

Senza entrare nelle dinamiche interessanti, ma complesse, che legano il consolidamento con l’accentramento/decentramento di decisioni e responsabilità, la riorganizzazione e la regolazione dei cambiamenti, in questo contesto si delinea una cruciale opportunità per l’attività delle Direzioni Risorse Umane, quella di integrare effetti ed azioni relativi ai 4 punti di osservazione del consolidamento: della Persona, della Struttura Organizzativa, della Tecnologia, del Business.

Cosa risponderebbe Lucrezio a Jack Welch che tempo fa affermava “If you think youcan go it alone in today’s global economy,you are highly mistaken”? Forse direbbe “L’insieme dello spazio è infinito fuoridalle mura di questo mondo”. 

Tiziano Botteri


Tiziano Botteri

Consultant

twitter@tiziano_botteri