Tutti i corsi a catalogo interaziendali Cegos a partire dal 19 ottobre saranno erogati esclusivamente in modalità Virtual Classroom. Scopri il flusso d’aula.

Smart working: organizzazione, performance, maturità

10/06/2016

Preferite parlare di lavoro agile o di smart working? Io non ho dubbi. Dopo lo smartphone, la smartTV, lo smartwatch, preferisco parlare di smartworking.

Smart è una di quelle parole inglesi che in italiano hanno una decina di traduzioni, da intelligente a elegante, da rapido a brillante, tutte parole che, tuttavia, hanno qualcosa in comune: un’accezione globalmente positiva. Aggiungendo smart ad un oggetto, intendiamo qualcosa di migliore. Un phone telefona, e può farlo anche molto bene, ma uno smartphone è capace di fare molte cose in più.

Quel che si può fare con un oggetto addizionato dell’aggettivo smart è normalmente legato alla possibilità di essere connesso alla rete.

Nella relazione introduttiva al disegno di legge che contiene le norme relative al lavoro agile, lo smartworking viene definito come “una modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementare la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”: da un lato un beneficio per l’azienda (maggiore produttività), dall’altro un beneficio per il lavoratore (maggior work life balance).

Quando ero piccolo ricordo bene mio padre che spesso lavorava da casa. Aveva una rubrica piena zeppa di numeri telefonici, una calcolatrice con il rotolino di carta, una macchina da scrivere con carta carbone, un telefono e un fax, anzi un telex. Mio padre aveva però un’azienda tutta sua, quindi era libero di gestire il suo tempo come preferiva per massimizzare la produttività della sua azienda, cercando di garantirsi la miglior qualità di vita possibile. Oggi parliamo di connettività delle cose (Internet of Things), di oggetti capaci di dialogare tra loro, e viviamo in un mondo connesso. Con un solo smartphone si sostituiscono tutti gli oggetti che ho menzionato sopra oltre a tanti altri.

Sono convinto che lo smartworking possa portare maggiore produttività e miglioramento nella work life balance a determinate condizioni che sintetizzo in tre parole: organizzazione, performance e maturità.

L’ufficio, inteso come luogo fisico di lavoro, garantisce oggi condizioni di lavoro eccellenti (sicurezza e comfort ad esempio), disponibilità di risorse (rete elettrica, telefonia, connessione), facilità di confronto con colleghi, capi e collaboratori, facilità di concentrazione; per chi è abituato a lavorare in maniera “classica”, varcare la soglia dell’ufficio significa entrare in un mood completamente diverso da quello tipico della vita privata. O ripropongo fuori ufficio le condizioni che trovo in esso, oppure imparo a lavorare in assenza di alcune di esse.

Se una persona lavora fuori dal classico ufficio, la sua prestazione deve essere parametrata in funzione del risultato atteso. In qualche modo la valutazione sulla prestazione fornita deve tener conto del risultato e così facendo si avvicina la posizione del datore di lavoro a quella dell’impiegato. Le figure di management intermedio, devono imparare a monitorare a distanza il lavoro altrui e identificare e verificare KPI che dimostrino la qualità della prestazione fornita.

Le persone hanno anche bisogno di essere orientate, indirizzate, formate, e spesso dirette. Il capo diretto deve essere un importante punto di riferimento. Molte persone non hanno la maturità professionale per saper fare a meno di tutto questo: in assenza dell’infrastruttura, non sono capaci di garantire lo stesso livello di prestazione a causa di una limitata esperienza lavorativa, di poca motivazione o semplicemente della difficoltà di organizzarsi autonomamente.

Nel passare dalla scuola superiore all’università molti si perdono: la percentuale di laureati è molto bassa in rapporto agli iscritti. La sola mancanza di verifiche periodiche, obbligo di frequenza, rapporto diretto con il docente portano lo stravolgimento a cui pochi sopravvivono.

Se qualcosa non funziona anche la work life balance può venir meno: la persona si accorge che la propria prestazione è di minor pregio e può finirne coinvolta l’autostima. Su un altro versante, la persona che dovesse sentire troppo il peso del lavoro per obiettivi potrebbe finire inghiottita da essi, lavorando giorno e notte per non sentirsi in difetto.

Ufficio significa anche relazioni sociali: lavorare da soli in casa può anche comportare un drastico peggioramento dei rapporti interpersonali, con conseguente spirale verso l’isolamento.

Si può lavorare su attitudini e comportamenti e la formazione può fare molto in tal senso: aziende e persone devono investirvi molto.

Lo smart working, del resto, non è altro che l’estensione del digitale al mondo del lavoro quindi, così come siamo passati dal telefonino allo smartphone e dalla televisione alla smartTV assisteremo al graduale affermarsi dello smartworking: se vogliamo che le organizzazioni e le persone possano realmente trarne i benefici potenziali non possiamo arrivare impreparati a questo appuntamento.

Emanuele CastellaniEmanuele Castellani
Amministratore Delegato
Cegos Italia
twitter@ECastellani