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Be smart, work smart and don't forget to be social

10/06/2016

07.15, Milano Dalla mia postazione casa-ufficio invio un paio di mail importanti prima di andare in stazione a prendere il treno per Bologna.

11.00, Bologna Entro in un bar, verifico che ci sia la wifi e insieme ad un caffè apro il pc. Accedo all’I-CLoud aziendale, entro nella mia cartella e rivedo la presentazione per il cliente che incontrerò a breve.

16.00, in viaggio Mi metto comoda, accedo al tool aziendale e partecipo al virtual meeting con un cliente di Padova e la mia collega in sede a Firenze.

17.30, Milano Raggiungo lo spazio di coworking vicino a casa, mi bevo un caffè e mi dedico all’appuntamento di consulenza di domani.

19.00, Milano Partecipo ad una serata dedicata al mondo HR organizzata da un’azienda partner:  un ottimo modo per fare networking!

Vita di una smartworker, che vive a Milano, lavora per un’azienda con sede a Firenze e come Business Developer viaggia parecchio.

Cosa è cambiato per me da quando, circa 2 anni fa, mi hanno proposto di lavorare in questo modo? Quali vantaggi, che tipo di attenzioni rispetto ad una modalità più tradizionale, quale impatto sul mio referente e sull’organizzazione per cui lavoro?

Il salto di paradigma è stato comprendere come la mia attività lavorativa non sia più definita da un tempo (le 8 ore canoniche) e da uno spazio (l’ufficio, la postazione, i colleghi) definiti, ma sia focalizzata sul contenuto della mia attività e sui risultati che ottengo, appoggiandomi anche a strumenti tecnologici che mi permettono di lavorare ovunque.

Ho immediatamente apprezzato il senso di autonomia e indipendenza nel gestire il mio tempo, collocando nei momenti con un livello di bioritmo più alto, le attività a più alto valore aggiunto o che prevedono un maggiore impegno cognitivo.

Ripensando a quando lavoravo in ufficio, lo smart working mi permette di essere di essere più efficace, efficiente, produttiva, di superare lo scollamento tra l’essere knowledge worker (molti di noi lo sono), ma di doversi confrontare con un sistema di gestione amministrativa delle risorse ancora impostato su logiche più coerenti con il concetto di presenza che non di produttività.

E’ chiaro che questa modalità implica un livello di responsabilizzazione elevata rispetto alla azienda, una chiara definizione rispetto alle aspettative connesse al proprio ruolo e un equilibrio nella gestione dei tempi. Il rischio di lavorare molto e di vedere fagocitati spazi di vita è sicuramente alto, perché il confine tra vita professionale e vita privata  diventa più labile.

Nel rapporto con il mio manager hanno fatto la differenza la costruzione di un rapporto di fiducia e di stima professionale e la definizione di un sistema di monitoraggio della mia attività e dei miei risultati. Se l’agenda condivisa funziona in azienda, può funzionare anche se le persone lavorano fuori dallo spazio  aziendale.

E per quanto riguarda la relazione con i colleghi e la costruzione di relazioni di supporto reciproco in azienda? Certamente questa è la parte più critica, perché le relazioni possono essere sì gestite a distanza, ma si nutrono di contatto, anche reale e non solo virtuale. Ho sentito forte la necessità di mantenere in azienda delle relazioni significative: dedico momenti in presenza allo scambio con i colleghi e all’allineamento con il manager di riferimento.

Mi verrebbe da dire che possiamo essere SMART, lavorare SMART ma che abbiamo bisogno, come essere umani, di essere SOCIAL.

SOCIAL, ovvero di poterci sperimentare per un certo tempo anche in un contesto sociale dove respirare l’azienda, i suoi valori, vivere delle relazioni reali fatte di volti e parole, di sensazioni e di emozioni. Dove sentirci appartenenti, ossia parte di una organizzazione più grande di noi e partecipi di un progetto e di un futuro comune.

Elisa Forvi
Hogrefe - Partner Cegos